Attimo Illuminazione Frammento


  Attimo Illuminazione Frammento

















“…E io vi servo con amore e compassione,
rendendo vostre le mie parole, i miei sentimenti;
per chi ne ha bisogno e
per chi non ha parole per esprimere ciò che sente.”

Christian








Attimo Illuminazione Frammento








Uno

Un fosco bicchiere,
un vacuo piatto,
un letto diàccio,
un babelico cuscino.
Un’unico mantile,
uno spazzolino spettinato,
una sedia attempata,
un posto vuoto.





Supplica 

Si contorce e poi distende 
sanguina e poi grida assorta.
Sì che il vuoto di un bicchiere non empie,
sì che sfaceli afoni e cieche lamentazioni
non sfuggono alla misericordia dell’Onnipotente.
Le risposte sono raccolte nel silenzio.





Perduto

Taciti myosotis si profondono
a un sospiro di luce,
mentre un crine adornato
da sublime poesia,
si allontana e poi sfuma
nell’ignota oscurità.





Le dolci note

Bouquet d°immacolati baci
e genuine premure,
fioriscono all’alba degli eventi
e vaporose promesse d’amore
inebriano gli animi come dolci canti.
Veloci corrono le intense vie degli avvenimenti,
asperse di lacrime e tormenti,
violando della luna i miti campi,
attende roco il nido.





Sola andata

Perditi e ritrovati luce mia,
per cineree città di turbamento.
Braccia sfuggenti s’avvinghiano fameliche,
su ciò che un tempo era mio soltanto.
Il sogno che scuote ma per te solo, è banale.
Con l’abilità di una danzatrice,
mi scrolli dai tuoi materni fianchi.
La crudeltà di artiche espressioni d’addio.





Nulla

Nulla di ciò che accade
è abbandonato al caso
e nulla più di te mi significa la morte.
Una tetra luce oscilla su cocci 
corrugati di mistica dolenza.
L’abbandono della forma che sgorga 
dall’impetro di taglienti parole di roccia,
il mormorio tremolo di sgomenti poetici guizzi.





Laddove

È un balzo gioioso
da lieti steli di pietra,
su smeraldine, folte foreste
e sugli incastonati cristalli
nei misteri della Luce.
Addormentate dune giacciono beate
su sorrisi di ineffabile giubilo,
che il cielo sorridente frusta vivace,
mentre la scintillante gonfia sorgente
la palingenesi acqua sgorga gaudiosa.





L’ora tua

È questa l’ora tua,
della notte che giace morta
quando le febbrili memorie
scalano accorati pulpiti,
pungenti, sorde, affilate.
È questa l’ora tua,
di un re che troneggia
su mondi offuscati e,
dell’assenza l’alito impermanente
come cenere sul capo si posa.





Lema sabàctani

Anche tu hai conosciuto le amare spine
e il borboglio del grano carezzato;
della rinuncia l’imperio austero ed
il fragore spezzato di fiotti sgomenti.
Due grida nel tempo distanti che,
dell’amarezza l’impietoso e greve 
pendolo, scandisce congiunte.
Abbarbicati su silenti cime spoglie,
rivolti all’implacato cielo squarciato.







Offerta

Il cesto d’intrecciati fuscelli,
s’affida alla sapienza di mani devote
in salti, su profonde cave di speranza.
Un ammanto d’incenso cocente,
tutt’intorno ad un umile obelisco,
s’accosta in muta rassegnazione
a raccoglier vuoto l’offerta silente.





Lamentate

Funereo monolito che t’affanni,
sui ginocchi ma non inganni
l’afa ferina di vane attese.
Il piano sentiero scompare
dietro colli affamati,
coi suoi profumi vivaci
e la dolce primavera.
L’angusto anfratto della notte
tende i suoi tentacoli avidi,
agita i riposi, che risuonano
angosciosi, fra vicoli e tuguri.





Grembo

Materne grinze che vita donaron,
ramificano sul grembo glabro.
Una carezza, un bacio, un addio.





Fiotti

Fiotti nascenti mormorano
idilliaci bisbigli alla luna poi,
s’infrangono su assetate rive.
Sfrangiate speranze che 
periscono in chimere,
fichi arsi colti dai cardi.








Attesa

Tacciono i ciottoli del viottolo stanco,
il confortevole giogo, domanda amarezza
nella mondatura dell’interno della coppa.
Sia l’amaro sepolcro che 
i lembi di primula dormono.
L’imbrunire è una variazione di luce 
che attende il riverbero della Grazia.





Tra sonno e veglia

Il sentire volge rapido e crudele
in tutti i suoi polverosi spasmi.
La più alta conoscenza eclissa desueta,
in un oblio impronunciabile in cui,
il relitto beccheggia suadente
trascinato dalle maree del tempo,
arenandosi su ricordi d’infanzia.





Cassandra, Giuda, Caronte

Di fanciullo la serpe leccò il viso
e nella di Troia notte ebbe stupro.
Poi lo sputo nella bocca, il fiato dalla voce estirpò.
Fu il misero, il bugiardo e il maledetto,
l’unto dal disprezzo senza moneta;
di un ramo ed una corda è la meschina pietà sottratta.
Senz’obolo né timone, peggio di un dannato,
un umile traghettatore è diventato.





Piccola buia ed umida stanza

Un canto astrale, da profondi e bui anfratti,
roco e viscerale sgorga torrenziale.
Travolgente ed impetuoso, gravato
e alimentato da un oscura prostrazione che,
genuflesso e contorto da tormentati spasmi,
l’avvilito corpo non può contenere.
La salvezza giunge beata 
per le contorte vie della persecuzione
e per la stretta porta.
Fra i molti, sarà il solitario a varcarla.





Giorni

Come pesci boccheggianti
su di una gelida lastra.




Verità

Come in un umile scrigno
nascosto, la verità è venuta.
I rami recisi ricresceranno
ed il mutilo albero poggia
su di una radice soltanto.
Per aprirlo dovrai rinunciarvi.




Amore è rimpianto

Si fa sera e la notte
inghiottirà nel silenzio
la rugiada di lacrime terse.




Oscura la notte

Concorde come profumate 
socchiuse labbra giunge poi
l’oscura notte.




Nasino rosa

Carezzevole e briosa creaturina
che mi rapisti con puerile innocenza,
il tuo nasino rosa protendi curioso.
Mascalzone, vivacemente malandrino,
di balzi, saette e dolci effusa,
disegni nel cuore di questo bambino.




Specchio d’acque

Specchio di pure e fulgide acque 
che regna infinito come il cielo.
Cerulea grazia che accarezza le
scialbe ombre di alberi torpidi.
Dove i lupi pascolano con agnelli
e i leoni coi buoi si cibano pacifici.
Dove la palma si piegò in dono e nel  
giardino del Padre, compagna divenne.
Il gaudio sempiterno alberga
nel seno d’ogni creatura vivente.




In un morto silenzio

Giacerò in un morto silenzio,
fragorose cateratte d’angoscia,
silenti come anonime tombe 
a devastar rovine inermi.
Di dardi il tuo spirito è fucina
e tu vai a trafigger ferina
lo stoico corpo al palo legato
che nella cloaca della dimenticanza
impassibile hai abbandonato.
Sul mio atono volto leggerai
non un suono, una nota, un’aria.




Il salice e il limone

Culla di lacrime in amenti raccolte,
del calendimaggio la vita sospiri.
Tuo è l’aspro sapore dell’amor ligio,
e della redenta salvezza il profumo.
Il tempo mondatore alla radice è scure,
cosi sia il tuo pieno compimento.




Radice

Armenti a briglia sciolta bruciano ai languori
e roventi miasmi di densa e combusta carne,
occulti borbottano aggrottati.
Dell’immutevolezza la fuga è fornicazione:
che il frutto nel crisma della forma bianca del fuoco
torni al suo stato primitivo che è la radice.



Paraclito

Voragini infime, avernali 
che s’aprono e sprofondano;
meccaniche, afone, oscure.
Scintillio innato del divino,
mi raccolgo in te.



Il tempio deserto

Dall’albero si coglie il frutto maturo.





Pellegrino

Tumulti di torrenti abbarbicati che
si abbattono dai fianchi di aspide alture.
Colonne di roccia stagliate ai 
fragori di strepitanti sfere impetuose,
che il fervore di intrepidi scrosci modella.
Bui moti che ondeggiano prima gonfi poi
contratti di un pelago tormentato e poi mansueto.
Nubi ammantate come minacce apocalittiche 
squarciate dall’empireo vasto e ancestrale.
Delicati raggi posati come angelici canti,
specchi d’acqua immacolati,
su cui il ciel, beato bimbo si riflette.
Il divino pulsare di ogni creatura vivente,
terra viva dal profumo primordiale;
la Madre amorevole che sempre accoglie.
E poi? Chiese il bimbo, “poi sono morto”.
Allora scomparve.


Maggio - Giugno 2019